Premesse
C’è una domanda che ho sentito porre più volte da chi ha appena finito di commissionare un modello BIM completo per un nuovo edificio: “adesso che abbiamo il modello 3D, dobbiamo comunque far ridisegnare le planimetrie 2D da usare in gestione?”. La risposta onesta, per molti anni, è stata sì: il modello BIM restava nel suo mondo tridimensionale, e le planimetrie operative – quelle da stampare, da affiggere, da usare per orientarsi rapidamente – venivano ridisegnate da zero.
Un modello IFC contiene, in forma tridimensionale, tutta l’informazione necessaria per generare automaticamente una planimetria 2D di ogni piano: pareti, aperture, ambienti sono già lì, con le loro coordinate esatte. La domanda tecnica interessante non è se sia possibile derivare il 2D dal 3D, ma quanto bene un sistema lo faccia, con quali limiti dichiarati, e con quale grado di integrazione nel resto della pipeline di gestione del disegno tecnico.
Come funziona la generazione di una planimetria 2D a partire da un modello 3D?
Il principio geometrico di base è il sezionamento orizzontale: si definisce un piano di taglio a una quota configurabile – tipicamente attorno a un metro di altezza dal pavimento di ogni piano, l’altezza convenzionale a cui si “affetta” un edificio per ottenere una pianta leggibile – e si calcola l’intersezione di quel piano con tutta la geometria solida del modello IFC presente a quel livello. Il risultato di questa intersezione è un insieme di contorni bidimensionali, che rappresentano le sezioni di pareti, pilastri e altri elementi costruttivi attraversati dal piano di taglio a quella quota.
Questi contorni, una volta calcolati, vengono poi organizzati in un disegno DXF vero e proprio, con le stesse convenzioni di livelli e attributi che ho descritto negli articoli precedenti di questa serie: il risultato non è un’immagine statica del taglio, ma un disegno che confluisce nella stessa pipeline CAD già in uso, ereditandone automaticamente editing, viste di stampa e tematismi, senza dover essere trattato come un output separato da gestire con strumenti diversi.
Perché le facciate continue e gli assemblaggi complessi sono un caso tecnicamente difficile da gestire correttamente?
Perché non tutti gli elementi di un modello IFC hanno una geometria semplice e diretta da sezionare. Le facciate continue (curtain wall), per esempio, sono spesso modellate come assemblaggi logici che raggruppano montanti, traversi e pannelli distinti, senza che l’assemblaggio stesso possieda una geometria propria da intersecare con il piano di taglio: bisogna scendere ricorsivamente nei componenti figli dell’assemblaggio, sezionare ciascuno individualmente, e poi ricomporre il risultato in un contorno coerente sul disegno finale. È esattamente il tipo di caso limite che, se non gestito esplicitamente, produce buchi silenziosi nella planimetria generata – una facciata continua che semplicemente non compare nel disegno – un difetto difficile da notare finché qualcuno non confronta il risultato con la realtà.
Un’implementazione seria di questo processo dichiara apertamente questi casi limite invece di nasconderli, e li tratta come parte integrante dell’algoritmo, non come eccezioni da gestire a mano volta per volta.
Quali tempi di elaborazione sono realistici per un processo di questo tipo, e perché contano per l’esperienza d’uso?
I tempi di elaborazione dipendono in modo diretto dalla complessità geometrica del piano da sezionare: un piano con geometria semplice, priva di facciate continue elaborate, può essere elaborato in pochi secondi. Un piano con facciate continue pesanti e un numero elevato di componenti richiede invece un tempo per intersezione di ogni singolo elemento, che si somma su un intero edificio: un edificio a torre di diversi piani con facciate complesse può richiedere alcuni minuti di elaborazione complessiva per generare tutte le planimetrie.
Questo dettaglio tecnico determina una scelta architetturale non banale: se il processo richiede pochi secondi per piano, può restare sincrono, con l’utente che attende direttamente il risultato nell’interfaccia; se richiede diversi minuti su edifici complessi, diventa necessario spostarlo su una coda di elaborazione asincrona, con una notifica all’utente al completamento. Un fornitore che ha misurato realmente questi tempi, invece di limitarsi a dichiarazioni generiche di velocità, è un fornitore che sa di cosa sta parlando quando propone questa funzionalità.
Quali limiti tecnici ha oggi questo tipo di generazione automatica, e perché dichiararli apertamente è un segnale di serietà?
Nessun processo di derivazione automatica del 2D da un modello 3D è completo al cento per cento, ed è importante che chi propone questa feature nel proprio software FM lo dica con chiarezza invece di vendere una capacità come perfetta quando non lo è. Porte e finestre, per esempio, risultano tipicamente come una sezione grezza degli elementi che le compongono, non come il simbolo architettonico convenzionale – l’arco di apertura, la freccia del verso di apertura – che un disegnatore esperto inserirebbe manualmente.
Il taglio avviene a un’unica quota per piano, il che significa che elementi con geometrie complesse a quote diverse dello stesso piano potrebbero non essere rappresentati in modo ottimale con un solo sezionamento. E se il modello IFC di partenza non contiene entità IfcSpace esplicite per un piano – cosa che succede quando il progettista non ha modellato gli ambienti come oggetti a sé, limitandosi alla struttura – i locali di quel piano semplicemente non vengono generati, perché l’informazione di partenza non esiste nel file.
Dichiarare questi limiti apertamente, invece di lasciarli scoprire al cliente in un secondo momento, è precisamente il tipo di trasparenza tecnica che, nella mia esperienza, distingue un fornitore da un venditore di promesse.
Che valore concreto ha questa automazione per il proprietario che ha già investito in un modello BIM?
Il proprietario che ha commissionato un progetto in BIM ha spesso sostenuto un costo di modellazione significativo, e la possibilità di derivarne automaticamente le planimetrie operative, invece di commissionare un secondo disegno separato, è un modo diretto per recuperare valore da quell’investimento. È anche una garanzia di coerenza nel tempo: se il modello BIM viene aggiornato per riflettere una modifica reale dell’edificio, le planimetrie derivate possono essere rigenerate in modo coerente, invece di dover essere corrette manualmente in un disegno parallelo che rischia di disallinearsi.
Conclusioni
Un modello BIM che genera automaticamente le proprie planimetrie operative bidimensionali, integrandole nella stessa pipeline di editing e stampa già in uso per il disegno tecnico, può evitare il raddoppio di lavoro tra progettazione tridimensionale e gestione quotidiana, a patto che i limiti tecnici del processo – facciate complesse, quota di taglio unica, dipendenza dalla presenza di ambienti espliciti nel modello di partenza – siano superati con una post editazione manuale. Nel prossimo articolo passiamo a un tema diverso ma altrettanto centrale: perché ogni nuova esigenza gestionale non dovrebbe mai costare un nuovo sviluppo software.
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