Premesse

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Abbiamo visto ad Aprile l’UK rendere obbligatorio il primo tassello del BIM per gare di enti pubblici.

A livello europeo prende piede invece l’EU BIM Task Group che riunisce rappresentanti di diversi stati membri e sembra muoversi con un approccio diverso: orientare l’adozione pubblica del BIM riducendo la frammentazione tra approcci nazionali incompatibili tra loro.

Questa entità durante un meeting lo scorso maggio a Bruxelles con delegati di 15 paesi rilascia una dichiarazione che è praticamente una dichiarazione di “mission”: “collaborare, allineare e far convergere le best practice per l’introduzione del BIM per ottenere migliore valore per il denaro pubblico”. Nello stesso incontro si fa promotore, rispetto ai precedenti su base volontaria, di ulteriori meeting già nel corso di quest’anno.

Un mese dopo viene aperto il loro blog. È un passaggio formale di “messa in pubblico” del lavoro: il sito viene presentato come risorsa per chi segue le attività sul BIM per il settore pubblico ed esce “A phased approach to national BIM adoption”. È un contenuto di indirizzo molto chiaro: propone un approccio “a fasi” per programmi BIM nazionali nel settore pubblico, enfatizzando public leadership, creazione di comunità, pilot project, framework e standard, e miglioramento continuo. È un esempio concreto di come il gruppo si posiziona: non come ente che “scrive nuovi standard”, ma come soggetto che costruisce e diffonde un quadro strategico per l’adozione.

Perché la frammentazione tra approcci nazionali è un problema concreto, non solo teorico?

Un’impresa o un progettista che lavora su commesse pubbliche in più paesi europei, in assenza di un riferimento comune, deve adattarsi a requisiti diversi in ciascun contesto nazionale: terminologie diverse per gli stessi concetti, livelli di dettaglio richiesti secondo scale non comparabili, processi di gestione dati con logiche differenti da un paese all’altro. Questo non è un disagio marginale: aumenta i costi di adattamento per ogni nuova commessa internazionale e rende impossibile costruire competenze davvero trasferibili da un mercato all’altro. Un riferimento condiviso, anche se non vincolante, riduce questo attrito offrendo un vocabolario e un impianto concettuale comune da cui i singoli paesi possono partire.

Perché l’approccio europeo, più lento, ha un obiettivo di lungo periodo diverso da quello britannico?

Il mandato britannico produce un effetto immediato e misurabile: dal giorno dell’entrata in vigore, chi vuole lavorare su progetti governativi deve rispettare requisiti precisi. L’approccio europeo, costruito su un approccio di indirizzo non vincolante, produce effetti più lenti e meno immediatamente misurabili, ma persegue un obiettivo diverso: costruire nel tempo un terreno comune tra paesi con tradizioni normative e maturità di mercato molto diverse tra loro, evitando che ogni stato costruisca un proprio sistema incompatibile con gli altri. È una scommessa di lungo periodo il cui risultato si potrà valutare solo a distanza di anni.

In che misura l’esperienza britannica influenza concretamente il lavoro del gruppo europeo?

Il Regno Unito, pur avendo poi intrapreso un percorso politico che lo porterà fuori dall’Unione Europea, resta anche quest’anno uno dei riferimenti tecnici più maturi su cui il gruppo di lavoro europeo può basarsi: i concetti di CDE, di livelli di maturità, di gestione strutturata delle informazioni che circolano nel dibattito europeo derivano in larga parte proprio dalla normativa tecnica britannica degli anni precedenti. È un paradosso solo apparente: l’esperienza pratica di un singolo Paese diventa la base concettuale per un lavoro di armonizzazione che coinvolge l’intero continente.

Che effetto ha questo lavoro di indirizzo europeo sul Facility Management?

Tra i benefici attesi dell’adozione pubblica del BIM vi è il riconoscimento del valore per la fase di gestione post-consegna.

A livello di principio è l’attestazione che il FM fa parte della catena di valore del BIM e non solo un beneficiario accidentale. È un passo concettuale importante, ma resta a livello di principio dichiarato. Al momento  nessun Paese europeo ha ancora tradotto questo principio in requisiti operativi verificabili che il FM possa davvero rivendicare in un capitolato. Il riconoscimento arriva quindi prima della capacità pratica di applicarlo, ma si sa che nelle logiche comunitarie, una volta dichiarato un principio nel giro di un certo tempo arriva anche il meccanismo applicativo.

Conclusioni

Il lavoro del gruppo europeo ad oggi non produce un obbligo, ma pone le basi concettuali su cui, negli anni successivi, i diversi paesi membri potranno costruire le proprie normative nazionali – Italia compresa. È un esempio di come l’armonizzazione europea, anche quando non vincolante, prepari il terreno per scelte dei singoli Paesi.

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