Premesse

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Il cosiddetto BIM 5D – l’estensione del modello con informazioni di costo, dopo il 3D geometrico e il 4D della pianificazione temporale – è tra i temi più promossi, spesso con una semplificazione eccessiva: “basta modellare, il costo esce da solo”. Chi lo applica davvero sa che i risultati sono affidabili solo in condizioni precise, e che fuori da quelle condizioni il computo automatico può produrre numeri sbagliati con la stessa sicurezza apparente con cui produce numeri corretti. Vale la pena separare cosa funziona davvero da cosa resta, in questa fase, più promessa che pratica consolidata.

Poiché il Facility Management fa dell’ottimizzazione dei costi un fattore chiave di competitività è importante capire se e come le promesse di analisi preventiva dei costi nella fase di progettazione BIM siano realistiche o ottimistiche.

Quali quantità estrae in modo affidabile un computo automatico dal modello, oggi?

Le applicazioni BIM più solide sono oggi in grado di ottenere e lavorare sulle quantità geometriche del modello: superfici di pareti e pavimenti, volumi di calcestruzzo, lunghezze di canalizzazioni o tubazioni, numero di elementi discreti come porte o apparecchi. Quando il modello è costruito con attenzione – oggetti classificati in modo coerente, proprietà popolate correttamente – l’estrazione di queste quantità è affidabile e rappresenta un risparmio di tempo reale rispetto al computo manuale, oltre a ridurre gli errori di trascrizione tipici dei metodi tradizionali.

Dove il computo automatico produce ancora risultati silenziosamente sbagliati?

Il problema comincia quando le quantità richieste dipendono da regole di misurazione specifiche – un capitolato che richiede di computare una parete al netto delle aperture superiori a una certa dimensione, un criterio locale diverso dalle convenzioni predefinite del software. Senza una configurazione che rispetti esattamente quelle regole, il computo produce numeri plausibili ma sistematicamente scorretti – un errore pericoloso proprio perché non genera un risultato visibilmente assurdo. Un secondo limite reale riguarda le voci di costo che non corrispondono a un singolo oggetto modellato ma a lavorazioni complesse – finiture, lavorazioni specialistiche, oneri di sicurezza – che nessun modello geometrico può rappresentare direttamente.

Perché il legame tra modello e prezzario resta, in questa fase, un punto debole?

Trasformare una quantità geometrica in un costo richiede di collegare ogni oggetto del modello a una voce di un prezzario di riferimento – regionale, aziendale, o specifico della commessa. Oggi questo collegamento è in larga parte manuale: qualcuno deve associare ogni tipologia di oggetto alla voce corretta, e mantenere l’associazione aggiornata a ogni revisione del prezzario o del modello. Un modello perfettamente strutturato collegato a un prezzario associato male produce un computo dei costi inaffidabile, indipendentemente dalla qualità della modellazione geometrica.

Cosa significa, realisticamente, la “D” di 5D in questa fase di maturità della tecnologia?

Il termine suggerisce un’integrazione fluida tra geometria, tempo e costo che si aggiorna automaticamente a ogni modifica. Nella pratica oggi questa integrazione è parziale: modificare un elemento nel modello geometrico può richiedere un aggiornamento manuale della pianificazione temporale collegata e un aggiornamento separato del computo dei costi, con margini di disallineamento se questi passaggi non vengono eseguiti con disciplina.

La tecnologia esiste, ma richiede processi organizzativi maturi quanto lo strumento: senza disciplina di aggiornamento coordinato, il 5D rischia di produrre tre versioni della realtà che si disallineano silenziosamente.

Quali errori si commettono più spesso al primo approccio col 5D?

L’errore più comune è sopravvalutare l’automazione e sottovalutare il lavoro di impostazione a monte: aspettarsi un computo affidabile “gratis” semplicemente modellando l’edificio, senza investire nel collegamento accurato al prezzario, senza definire regole di misurazione esplicite coerenti con i propri capitolati.

Il secondo errore è trattare il primo computo prodotto come definitivo, senza un confronto con un computo di controllo fatto con metodo tradizionale su un campione significativo: senza questa verifica incrociata, un errore di configurazione si propaga silenziosamente in tutto il documento economico.

Che effetto ha, per il Facility Management, l’estrazione di quantità già impostata in fase di progetto?

Le stesse quantità e gli stessi collegamenti tra oggetti e categorie che servono al computo economico di cantiere sono, in larga parte, gli stessi dati necessari a costruire un registro asset utile in fase di gestione: numero di componenti per tipologia, superfici per ambiente, quantità di elementi soggetti a manutenzione periodica. Oggi, però, questa sovrapposizione resta quasi sempre non sfruttata: chi imposta il modello pensa al computo di cantiere, non al fatto che la stessa struttura dati, se pensata con un obiettivo doppio, eviterebbe di dover ricostruire da zero un inventario asset alla consegna.

Conclusioni

Il computo automatico dal modello è tecnologia reale, non un miraggio, ma la sua affidabilità dipende interamente dal lavoro di impostazione a monte – classificazione coerente, regole di misurazione esplicite, collegamento accurato al prezzario – e da una disciplina di verifica che nessun software può sostituire.

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